Il microfono è acceso: l'Italia racconta favole, ma il mondo le legge come fatture
Di Marco Pietro Monguzzi
Monastir TN. Aggiornato alle 011:24 UTC+1 del 26 ottobre 2026
Mentre nel mondo la realtà morde senza sconti – dai vaccini sperimentati in Congo contro l'Ebola con il rigore di chi sa che un errore di un decimale uccide, alle oltre due miliardi di persone chiamate alle urne in ogni angolo del pianeta – l'Italia si è ritirata in un'altra dimensione.
Dal ballottaggio brasiliano alle midterm americane, dalla Cina del plenum del Partito Comunista a Taiwan, snodo geopolitico dove ogni voto pesa come un macigno: il pianeta si misura con i fatti. E poi c'è casa nostra.
Qui, una stragrande maggioranza della popolazione viene tenuta in uno stato di quiescenza, anestetizzata da una narrazione ufficiale che non ammette repliche. Che certi richiami istituzionali, certi toni e certe direttive di palazzo – benedette dall'editoriale di via Solferino – abbiano avuto l'effetto di allineare il pensiero, è sotto gli occhi di tutti. La struttura della comunicazione di potere è un gioco delle parti furbesco, recitato per il consumo interno.
Ma c'è un errore di prospettiva madornale, nella nostra classe dirigente: crede che il palcoscenico finisca ai confini nazionali. La favola preparata per il "popolino" non resta chiusa in casa. Viene letta, tradotta e valutata. E a leggerla non sono solo i giornalisti esteri: sono le agenzie di rating che decidono il costo del nostro debito, sono i partner europei che ti mettono in disparte, sono gli investitori che spostano i capitali altrove.
La politica italiana, chiusa nel suo sterile bipolarismo da cortile, continua a recitare pensando di parlare solo ai propri elettori, fabbricando sogni che non potranno mai avverarsi. Ma il microfono è collegato con il resto del mondo. E il resto del mondo non sta ridendo: sta giudicando. Il momento in cui si renderà conto che le sue promesse vengono lette all'estero come cambiali da riscuotere, sarà ormai troppo tardi. O peggio: come sta già avvenendo, quel conto finirà per farlo pagare ai soliti noti, a chi non ha voce né scampo. È la trappola di una politica che, per rilanciare le promesse non mantenute, non trova di meglio che aggiungerne di nuove, altrettanto destinate a rimanere sulla carta.
Prendiamo l'ultimo congresso di partito, quello che ha fatto discutere anche sulla stampa estera. Retorica muscolare, toni da battaglia. Ma viene da chiedersi: dietro certa enfasi, c'è davvero una strategia, o è solo il bisogno di giustificare scelte impopolari spostando l'attenzione su presunti giochi di potere? Non si può più narrare vicende controverse pensando che il mondo sia distratto. Una nuova favola per gli ingenui non è solo scorretta: è un lusso che non possiamo più permetterci. Tanto, poi, a chi la racconta basta avere un buon posto alla tavola delle tasse.
Ma la realtà, prima o poi, bussa alla porta. E non bussa solo dai mercati e dalle cancellerie, ma anche dalle strade d'Europa. Basta leggere l'Irish Independent per capire l'aria che tira: dalle strade di Parigi arriva un refrain comune, "la gente ne ha abbastanza". È una questione che da noi è stata subito oscurata, in nome della narrazione di rito. Ma la generazione che dovrebbe subire in silenzio questa favola sta iniziando a vedere le crepe del teatro.
E quando le crepe si allargano, non bastano più le benedizioni a tenere su il palco. Soprattutto, se il resto del mondo ha già smesso di applaudire.
