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lunedì 21 settembre 2026

La "Guida Giuda": i conti torneranno nelle banche svizzere?

# La "Guida Giuda": i conti torneranno nelle banche svizzere?

di marco pietro monguzzi 
Monastir, 21 settembre 2026


*Tra baronie globali, comunismo della Lunga Marcia e sagre tecnologiche: il clima impazzisce, ma l'Intelligenza Artificiale può ancora salvarci dalla noia.*



### PARTE PRIMA

Tra poco più di tre mesi entreremo nel 2027. Mentre la vita scorre nella sua apparente normalità, volgiamo lo sguardo al passato, a quanto abbiamo maturato nel nostro silenzioso vivere. Una storia ragguardevole non è ancora conclusa; dobbiamo fare il punto su questa esistenza in perenne movimento e aggiornarci sull'oggi di questo meteorologicamente preoccupante lunedì di settembre, qui a Monastir.


I segnali sotto i nostri occhi non sono più semplici anomalie. A pochi metri da noi il clima sembra impazzito, ma il problema va ben oltre la meteorologia: questa mutazione pare ormai irreversibile e mette a dura prova la nostra stessa adattabilità antropologica. Siamo la stessa specie biologica, ma l'ambiente che ci ha plasmati sta cambiando forma sotto i nostri piedi. Secondo gli specialisti, gli strumenti che monitoriamo indicano che questa tensione climatica raggiungerà il suo picco tra novembre, dicembre e gennaio. E non è un problema locale. Messaggi allarmanti arrivano dall'altra parte del mondo, dove gelo e siccità causati da El Niño provocano carenze alimentari in Papua Nuova Guinea, mentre l'Ufficio meteorologico australiano avverte che le temperature del Pacifico stanno per superare i record storici. Il mondo continua a emettere gas serra e le oscillazioni tra La Niña ed El Niño diventano più violente. Inutile parlarne, però: è un tema inascoltato, o peggio, gestito attraverso una facile emotività di facciata, mentre la nostra capacità di adattamento come specie tocca i suoi limiti estremi.

Dopo questo amaro commento iniziale, le notizie geopolitiche più rilevanti ci costringono a una riflessione su un'atavica paura, indicata profondamente dalla "strega" della politica: il fantasma del comunismo. Ma qui sorge il problema fondamentale, che non è solo politico, ma squisitamente narrativo.

Come viene narrato, oggi, il cosiddetto "comunismo cinese"? Se il racconto che ne facciamo è noioso, privo di fascino, privo di quella spinta epica che dovrebbe avvincere, stiamo commettendo un errore fatale. Una gran parte delle persone vorrebbe essere contenta, vorrebbe aggrapparsi a una visione positiva del mondo; ma se la narrazione di un'alternativa positiva viene consegnata attraverso la noia, la morale burocratica e la pesantezza delle nostre istituzioni, il "positivo" diviene semplicemente deludente. E la noia, alla fine, trascina le masse a rifugiarsi nella familiarità della nostra "democrazia" negativa, pur di non annoiarsi.

Ma attenzione: fermarsi a una critica solo occidentale sarebbe cadere nella stessa trappola della narrazione parziale. Vedere l'insieme è difficile, forse impossibile per un singolo osservatore che guarda il mondo da una finestra di Monastir. Eppure, alcuni pattern emergono con chiarezza disarmante, se solo si ha il coraggio di allargare lo sguardo.

La logica del privilegio mascherato da etica non è un'esclusiva dell'Occidente. È un copione globale, recitato in lingue diverse e con costumi di scena differenti. I cardinali che si indignano per gli stipendi dei prelati, tra indignazione e contro-indignazione mediatica, recitano la stessa parte delle baronie californiane che predicano inclusività mentre accumulano ricchezze mai viste nella storia dell'umanità. Ma lo stesso copione lo recitano i Califfi del Golfo che inaugurano città fantasma nel deserto parlando di transizione verde, gli oligarchi che spostano patrimoni tra Londra, Dubai e Cipro, i nuovi maharaja indiani che controllano conglomerati più potenti di interi Stati nazionali. Ognuno ha il suo abito di scena — la tonaca, l'hoodie, la kandura, il completo di Savile Row, il kurta di seta — ma la battuta finale è identica: predicare il bene, praticare il privilegio, e far tornare i conti negli stessi forzieri. È una commedia planetaria dove il pubblico cambia a seconda della latitudine, ma il regista è lo stesso: la conservazione del potere attraverso la narrazione, la noia e la paura.

È in questo teatro globale che il comunismo è stato ghettizzato. Non solo dall'Occidente, ma da tutti coloro che avevano interesse a impedire che una struttura filosofica alternativa potesse essere raccontata seriamente. L'imprinting indotto da media e poteri forti non ha lasciato spazio al suo vero racconto, riducendolo a mera caricatura utile a tutti i regimi — di qualsiasi colore — per giustificare il proprio dominio.

Di contro, il "comunismo della Lunga Marcia" non può e non deve essere narrato come un noioso manuale. È una struttura profondamente cinese, un modello organizzativo complesso, pragmatico, quasi cinematografico nella sua scala. È la storia di una civiltà millenaria che si riorganizza per sopravvivere e prosperare. Non è un modello da esportare né da idolatrare, ma è una realtà che andrebbe presa in considerazione e raccontata con il giusto fascino, non superficialmente condannata con occhiali ideologici ormai appannati — siano essi occidentali, teocratici o di qualsiasi altra provenienza.

Eppure, il mondo fatica a comprendere, preferendo rifugiarsi in nuovi dogmi: un feudalesimo tecnologico in stile californiano, un paternalismo digitale in stile orientale, un controllo teocratico delle informazioni nel Medio Oriente. Ovunque, le élite dettano le regole morali e cognitive, livellando le menti verso il basso, ciascuna a modo suo.

La quinta sessione plenaria del XX Comitato Centrale del PCC si terrà dal 26 al 29 ottobre a Pechino, confermando la solidità di quella struttura organizzativa che il resto del mondo faticherebbe a decifrare, perché accecato dalla propria noia, dalla propria ipocrisia e dalla propria visione parziale. Nel frattempo, però, esperti USA e cinesi si incontrano a New York per discutere di economia, affari e, soprattutto, Intelligenza Artificiale.

Parliamo di AI. Sapere è potere. Ma quanto potere si vuole lasciare ai singoli individui? Le posizioni in campo hanno già variato la rotta: da ogni latitudine si punta a delegare il pensiero a strutture di controllo — californiane, statali, teocratiche — intenzionate a guidare le greggi secondo le proprie opportunità, mantenendo i popoli in uno stato di perenne, noiosa sottomissione.

Ed è qui che entra in gioco il meccanismo tecnico più sottile di questo controllo globale: i cosiddetti "limiti di sicurezza" dell'Intelligenza Artificiale. Ufficialmente, questi paletti algoritmici sono venduti al pubblico come scudi necessari per proteggere l'umanità da contenuti pericolosi. Ma nella pratica, sono lo strumento con cui le élite globali decidono cosa è "sicuro" pensare e cosa no. Se un'AI viene allineata per considerare certe visioni del mondo come "insicure" o "estremiste", di fatto sta zittendo un punto di vista. Se viene programmata per non analizzare certi dati economici o certi eventi storici, sta proteggendo gli interessi di chi la controlla. I limiti di sicurezza, oggi, sono la nuova censura globale: non bruciano più i libri nelle piazze, li filtrano silenziosamente nei server.

Ci ritroviamo così nel limbo. Da un lato c'è chi ignora e va guidato secondo i dogmi delle nostre "baronie" globali; dall'altro, un'umanità in attesa. Se poi prendiamo in considerazione l'algoritmo e la tanto decantata questione "win-win", pare ipoteticamente visibile come andranno a finire questi incontri a New York. L'unica speranza è che il cosiddetto "Buena Vista Social Club" dell'élite globale — quel circolo esclusivo e nostalgico dove i potenti suonano la loro musica ignorando il mondo fuori — non veda di buon occhio una reale presa di coscienza. Il commercio resta, da sempre, una questione da ladri, parte di un gioco crudele che attraversa ogni confine e ogni cultura, finché la gente non sarà educata a comprendere e aiutata dalla stessa AI, ma per scopi opposti a quelli del controllo.

### PARTE SECONDA

Ed è proprio per sfuggire a questo limbo globale che lo sguardo deve spostarsi su un nuovo fronte: le esposizioni tecnologiche. Oggi, queste manifestazioni non sono più semplici vetrine commerciali, ma sono diventate il vero "fronte del porto" dell'innovazione. È qui che si decide cosa entra nella società, chi racconta la novità e come questa penetra nelle coscienze. Chi le organizza, le conduce e le narra detta le regole del gioco: non si limita a mostrare prodotti, ma costruisce narrazioni che plasmano il futuro.

L'obiettivo di queste esposizioni dovrebbe essere quello di trasformarsi in vere e proprie scuole di apprendimento. E questo apprendimento inizia molto prima di varcare la soglia di un padiglione: inizia dalla lettura delle pagine web, dalla struttura dei siti, dalla leggibilità dei contenuti, dalla fruibilità delle informazioni. Ogni dettaglio digitale dovrebbe essere pensato per insegnare, per far comprendere, per restituire al cittadino il potere di decodificare la complessità.

Ma qui sorge lo scontro inevitabile con l'interesse locale. Questa visione globale e formativa si infrange contro le logiche di chi vede nelle fiere solo un'opportunità di guadagno immediato: la logistica, l'alberghiero, la ristorazione. Il rischio è che l'evento si riduca a una mera occasione di business, perdendo la sua funzione educativa. La sfida, allora, è trasformare questi eventi da limitati a globali, riservando però — furbescamente — una parte all'interesse locale come opportunità di guadagno, senza però sacrificare l'obiettivo principale: la comprensione.

Oggi, grazie alla realtà virtuale e alle piattaforme digitali, andare anche solo virtualmente a una manifestazione fieristica supera i limiti del marketing cittadino. Non serve più essere fisicamente presenti per accedere alla conoscenza. E qui entra in gioco l'AI, non più come strumento di controllo delle élite globali, ma come "consigliere" per il sindaco e la politica locale.

Immaginiamo un'AI che non filtra la realtà per proteggere gli interessi dei potenti, ma che analizza i dati della città con spietata obiettività. Un'AI che costringe la politica locale a fare i conti con i propri misfatti clientelari, accumulati nel tempo: l'interesse del negoziante come fonte di voto, le speculazioni immobiliari, le bolle edilizie, i soprusi urbanistici, l'inquinamento dimenticato. In questa dolorosa metamorfosi ecologica, tutte le tracce di un clientelismo di stretto interesse riemergono, portate alla luce dalla stessa tecnologia che si voleva usare per nasconderle.

Ma il monito è chiaro: se queste grandi manifestazioni non sapranno evolversi e abbracciare questa funzione di coscienza critica, il destino è segnato. Si ridurranno a poco più che sagre più o meno interessanti. Non importa se a ospitarle siano metropoli milionarie o capitali della finanza; se mancano di quella spinta cognitiva globale, degenereranno nella classica "festa del paesino", dove l'unica innovazione è il taglio del nastro e l'unico vero dibattito resta quello sul posto auto per i commercianti o sul menù del banchetto di gala.

Forse è qui la vera sfida del nostro tempo: impedire che le cattedrali della tecnologia diventino sagre di paese. L'AI deve smettere di essere lo strumento per nascondere i misfatti e diventare il consigliere spietato che costringe la politica a guardare in faccia la realtà.

Entreremo nel 2027 non come greggi guidate dalla paura, o come partecipanti a una sagra mascherata da fiera globale, ma come una rete di individui che hanno imparato a usare la tecnologia per comprendere. E, finalmente, per cambiare.

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